Settembre: rientro a scuola! Oppure no?

Era il 4 marzo quando il Consiglio dei Ministri decretò la sospensione delle attività didattiche in presenza su tutto il territorio nazionale. In alcune Regioni il blocco era attivo già dal 23 febbraio. Improvvisamente bambini a casa e genitori nella confusione più totale a doversi barcamenare tra impegni lavorativi e accudimento della prole.

Sono sei mesi che l’intero Paese osserva la situazione e attende di sapere come evolverà. Oggi è il primo settembre, la riapertura delle scuole è alle porte, ma molti genitori non hanno ancora ricevuto conferma in tal senso. Il 14 settembre la scuola riaprirà davvero?

Questo il dilemma che serpeggia tra i genitori in queste settimane: impegni lavorativi, necessità di avere un posto dove lasciare i bambini, ma soprattutto bisogni psicologici e relazionali dei più piccoli, desiderosi (forse per la prima volta nella storia dell’umanità) di tornare a scuola, rivedere compagni e amichetti, insegnanti e maestre.

Non lo avremmo mai detto, ma la scuola ci manca!

E non solo ai genitori. Anche ai ragazzi. E anche a chi come me a scuola ci lavora, accompagnando gli insegnanti di sostegno nel loro lavoro a diretto contatto con bambini e ragazzi autistici, i quali chissà se quest’anno riceveranno il progetto di educativa specialistica, che tanto fa la differenza tra sopravvivenza scolastica e autentico piacere di andare a scuola.

Covid-19 e incertezza generale: quali i risvolti psicologici su grandi e piccini.

Una quota di incertezza caratterizza la vita di ognuno di noi. Dal momento che non possiamo conoscere il futuro, non possiamo mai essere certi di cosa accadrà esattamente giorno per giorno.

La pandemia da Coronavirus ha però acuito i livelli di incertezza generale, andando a intaccare le fondamenta del senso di sicurezza delle persone:

  • la stabilità del posto di lavoro

  • per molti, la possibilità di guadagnare i soldi necessari a garantire il sostentamento di se stessi e dei propri stretti familiari

  • per tutti, la vicinanza relazionale alle persone più care, soprattutto nel momento della difficoltà

  • per non parlare della salute, sia fisica che mentale

Tutto è mutato improvvisamente, in un modo strano, bizzarro: nel momento della difficoltà (e della malattia) erano proprie le persone più care che dovevano essere tenute a distanza; il contatto fisico, da sempre fonte di sostegno emotivo, improvvisamente diventa qualcosa da evitare. Tutto è stato improvvisamente snaturato nel senso letterale del termine: è andato contro natura.

Tolleranza all’incertezza e livelli di ansia.

Anche se è una parte inevitabile della vita quotidiana, esistono delle differenze tra le persone nella propria capacità di tollerare l’incertezza. Ci sono persone che riescono a sopportare alti livelli di incertezza, alcuni addirittura cercano esperienze forti dagli esisti imprevedibili (si pensi agli sport estremi), mentre altri non sopportano neanche una piccola quota di dubbio, arrivando a trovare la casualità della vita profondamente angosciante.

Chi non riesce a sopportare l’incertezza, cerca di rimuoverla mettendo in atto strategie di controllo oppure evitando di esporsi a situazioni dall’esito incerto. Ecco alcuni esempi:

  • Creazione di elenchi: per tenere tutto sotto controllo e non perdersi pezzi, alcune persone sono solite fare dei lunghi elenchi di “cose ​​da fare”, che poi riguardano e aggiornano periodicamente

  • Doppio controllo: alcuni sono portati a rileggere più e più volte le e-mail per verificare che siano perfette e che non ci siano errori di ortografia

  • Rifiutare di delegare compiti ad altri: le persone con scarsa tolleranza all’incertezza non permetteranno a nessuno né al lavoro né a casa di svolgere determinati compiti; questo perché non possono essere “sicuri” che verrà eseguito correttamente a meno che non lo facciano loro stessi

  • Procrastinazione / evitamento: quando non si sentono in grado di effettuare i debiti controlli, piuttosto preferiscono procrastinare o evitare certe situazioni, luoghi o persone

L’incapacità di tollerare l’incertezza correla con un aumento dei livelli di ansia. Più sono convinto di dover o poter controllare ogni cosa, più vivrò assalito da pensieri, preoccupazioni e ansie.

Gli ansiosi sono soliti preoccuparsi eccessivamente per ogni aspetto della propria vita, spesso si tratta di persone che pianificano ogni attività nei dettagli, perché vogliono essere preparate a gestire ogni evenienza.

C’è qualcosa di sbagliato nella scarsa tolleranza all’incertezza?

Ovviamente è normale, oltreché estremamente comune, desiderare ardentemente la sicurezza. Come esseri umani vogliamo sentirci al sicuro e avere un senso di controllo sulle nostre vite e sul nostro benessere. Preferiamo sapere che il ristorante in cui andremo a mangiare serve cibo che ci piace o che ci saranno persone che conosciamo alla festa a cui siamo stati invitati. A livello evolutivo la possibilità di esercitare un certo controllo sugli eventi, anziché essere in balia degli stessi, garantisce maggiori probabilità di sopravvivenza.

Quello che va evitato è l’eccesso: ricercare in modo ossessivo la sicurezza non è funzionale al proprio benessere. Per prima cosa non è davvero possibile tenere tutto sotto controllo. Inoltre, tutti questi comportamenti di controllo e rigida gestione/prevenzione dell’incertezza portano via molto tempo e soprattutto energia. In secondo luogo il bisogno di essere certi di tutto può spesso togliere divertimento alla vita, poiché le sorprese o gli eventi inaspettati diventano qualcosa di minaccioso. Infine, con l’evitamento o la procrastinazione potresti perdere alcune occasioni che difficilmente si ripresenteranno.

Minaccia alla salute e ansia.

Un altro dilemma su cui ci si sta confrontando ultimamente riguarda il tema della messa in sicurezza delle scuole in vista della ripresa delle lezioni. A causa dell’elevata rapidità di diffusione del nuovo Coronavirus è necessario che anche i bambini più piccoli imparino a mantenere un certo distanziamento sociale o a portare la mascherina sul viso. Le scuole devono avere a disposizione classi sufficientemente ampie per poter garantire il distanziamento necessario tra gli alunni. Molta attenzione andrà fatta anche durante le attività di gioco libero in cui esercitare un capillare controllo sarà chiaramente impossibile.

Alcuni genitori si domandano se lasceranno i propri figli in contesti sicuri per la salute. Sapere se (e in che misura) i bambini possono essere contagiati dal virus e se (e in che modo) reagirà il loro corpo è un pensiero che sta diventando assillante per molti caregivers (genitori e nonni).

Quello che stiamo attraversando è senza dubbio un momento storico molto particolare e certamente spaventoso. Siamo nel bel mezzo di una pandemia mondiale, ci sono Stati in cui il numero dei contagi continua a essere elevato, anche qui in Italia ci sono Regioni in cui il numero dei contagi ha ripreso a salire. Ci sono attività che sono ancora sospese, almeno parzialmente, altre che lottano per riaprire in sicurezza.

Per molte persone, l’incertezza che circonda il Coronavirus è la cosa più difficile da gestire. Non sappiamo ancora esattamente come saremo influenzati, quanto durerà o quanto potrebbero andare male le cose. E questo rende fin troppo facile catastrofizzare e precipitare nel panico.

Anche in questo caso è importante saper evitare ogni eccesso. Consapevoli che non possiamo esercitare un controllo costante su ogni aspetto dell’esistenza, possiamo però concentrarci in modo equilibrato sulla gestione di quegli aspetti più alla nostra portata, per esempio le ormai note raccomandazioni sull’igiene delle mani, degli oggetti in uso e degli ambienti frequentati. Questi sono tutti accorgimenti che possono essere trasmessi anche ai bambini, con serenità e senza eccesso di allarmismo.

Rientro a scuola e possibili ricadute psicologiche sui bambini.

La mente dei bambini in età scolare non funziona come quella degli adulti. Essi sono fermi al pensiero operatorio concreto, vale a dire che il loro cervello è portato a concentrarsi su aspetti molto concreti del vivere quotidiano, come mangiare, giocare, riposare. La loro mente accederà al pensiero operatorio formale solo con l’ingresso nell’adolescenza, a quel punto inizieranno a fare la loro comparsa idee più complesse, come l’ideologia politica, la filosofia, l’astrazione del pensiero.

Pertanto per i bambini delle elementari pensare al rientro a scuola vuol dire concentrarsi sull’incontro con i compagni di classe, lasciati mesi fa, oppure sulla possibilità di rivedere (e riabbracciare) la maestra preferita. Il pensiero sul ritorno a scuola (o meno) li tocca solo nella misura in cui hanno un maggiore (o minore) desiderio di rivedere i compagni di classe (o di conoscerne di nuovi) oppure sono ormai annoiati dalla lunga sosta e dalle molte giornate trascorse forzatamente chiusi tra le mura domestiche.

Anche il tema della sicurezza della propria salute li tocca poco, perché sappiamo quanto i bambini non siano in grado di prevedere i possibili pericoli connessi per esempio allo scarso igiene. A loro interessa solo il piacere del momento, il gioco.

Il principale risvolto psicologico sui più piccoli, nel momento in cui sarà effettivamente ora di tornare a scuola, sarà un generale senso di estraniamento.

La scuola in cui rientreranno non sarà quella che hanno lasciato: banchi separati, non potranno più avere accanto l’amico del cuore da cui sentirsi sostenuti nei momenti di disagio; mascherine sul volto e quindi limitazione nelle interazioni vis à vis; diminuzione dei contatti fisici con i compagni di gioco. A tutto questo si aggiungerà con molta probabilità un aumento del controllo da parte degli insegnanti, che sentiranno la responsabilità del buon andamento delle cose e si troveranno a vigilare con forse eccessiva attenzione sul mantenimento di un certo distanziamento sociale tra i bambini.

Tutto questo sarà notato dai bambini e sentito molto più di quanto non lo sia già stato nei parchi giochi o nelle attività organizzate all’aperto nel corso di questa estate. All’interno di una struttura chiusa e improvvisamente organizzata in modo rigido, il distacco dalla normale routine apparirà con maggiore intensità.

Cosa fare allora?

Per aiutare i bambini a gestire con equilibrio i cambiamenti sociali in atto, è importante che i genitori abbiano loro stessi ben chiaro cosa sta accadendo; è importante che siano consapevoli della sensazione di estraniamento che stanno provando i loro figli e che la accolgano parlandone e confrontandosi con fiducia, trasmettendo ai bambini la sensazione che piano piano le cose diventeranno più semplici, più abituali, e quel senso di smarrimento sarà solo un lontano ricordo.

Occorre ricordarsi che ogni cambiamento genera un certo grado di disagio, perché costringe l’organismo a un nuovo adattamento ambientale, ma tenere conto anche del fatto che, come dice lo scrittore Anatole France,

Se non cambiamo, non cresciamo. Se non cresciamo, non stiamo davvero vivendo.

Con l’augurio di una tempestiva e serena ripresa.

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